PARROCCHIA SAN GIOVANNI BATTISTA
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IL VANGELO DI DOMENICA 15 MARZO 14/03/2009

Gv 2,13-25
Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Parola del Signore

Omelia
don Giovanni Berti
Arrabbiamoci con Gesù

Ricordo una volta di un prete che alla fine della messa domenicale, dopo esser andato in sacrestia a togliersi i paramenti sacri, rientrato in chiesa e vedendo che diverse persone erano rimaste in chiesa a parlare, anche a voce alta, risalì sul pulpito e dal microfono rimproverò quelli che chiacchieravano dicendo loro che la Chiesa non è un mercato ma luogo di preghiera, e che si disturbavano quelli che stavano ancora pregando. E invitò le persone a uscire in piazza.
Devo confessare che tra i rimproverati c’ero anch’io che, in attesa della messa successiva, mi ero messo a chiacchierare con quelli che erano venuti a messa e non erano già “fuggiti” a casa dopo “l’andate in pace” della messa precedente.
Il Vangelo che ascoltiamo questa domenica sembra giustificare in pieno l’atteggiamento zelante di quel prete, e sembra darci questo chiaro insegnamento pratico la chiesa è un luogo sacro e va mantenuto sempre nel silenzio e nel massimo decoro soprattutto del vestire. E’ dunque ora di evitare le chiacchiere inutili e gli schiamazzi acustici (schitarrate giovanili e strumenti da musica rock) da fare sicuramente altrove, ed è ora di eliminare tutte quelle rivendite di giornali o articoli religiosi e devozionali che spesso si trovano in santuari o chiese storiche in città.
Ma è proprio questo l’insegnamento del racconto evangelico?
Le nostre chiese sono proprio la stessa cosa del Tempio di Gerusalemme che Gesù, da buon ebreo, frequentava e che al suo tempo era davvero considerato il luogo della presenza di Dio?
Già il brano del Vangelo ci narra come Gesù stesso sposta il significato della sua azione da un luogo materiale ad uno di diversa e più elevata natura, cioè la sua persona. Gesù che si indigna e che passa concretamente all’azione nel ripristinare il valore sacro del Tempio di Gerusalemme, profanato da un uso distorto, ci vuole dare un segno di qualcosa di più grande. Non è certo un invito a fare anche noi fruste di cordicelle (o di parole) per cacciare le persone (ritenute) indegne della nostre chiese, ma è l’invito ad assumere gli stessi suoi sentimenti e atteggiamenti per prenderci cura del vero tempio di Dio che ancora oggi è profanato.
Non è un tempio di mattoni e pietre, ma è il tempio di Dio che è l’uomo.
Ce lo ricorda anche San Paolo nella prima lettera ai Corinti “…non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio?” (1Cor 6,19), e anche Pietro nella sua prima lettera “… anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1Pietro 2,5)


Quante volte ci arrabbiamo e facciamo qualcosa di concreto quando vediamo uomini ridotti a mercato? Come non rimanere indignati quando, in nome della crisi, le persone sono calcolate solo come “posti di lavoro” da tenere o eliminare? E quali sono i nostri sentimenti quando gli stranieri sono valutati solo come “forza lavoro” da fare entrare o cacciare nel paese a seconda dei nostri bisogni produttivi e delle nostre esigenze? E che cosa pensiamo e facciamo quando la donna e il bambino sono ridotti a oggetto di sfruttamento sessuale di chi è più forte e violento? Anche li abbiamo una vera e propria profanazione del Tempio di Dio che non può non farci assumere i sentimenti di dolore misto a ira che Gesù dimostra quel giorno nel Tempio di Gerusalemme.
E’ vero che l’edificio-chiesa è un luogo importante e da non sottovalutare nella nostra cura, ma non possiamo dimenticare che Gesù ci dà in mano la sua frusta di cordicelle perché, con il suo stesso zelo di allora, passiamo oggi all’azione in modo da togliere ogni reale profanazione che deturpa la casa di Dio. E la casa di Dio da salvare dalla profanazione è ogni uomo e donna sulla terra, specialmente quelli fuori e lontani dai nostri luoghi di culto, troppo spesso difesi come fortini e che ci impediscono di andare oltre, là dove realmente abita Dio!




 



CON IL CUORE DEL PADRE TI ACCOLGO AL CONFESSIONALE. 05/03/2009

Pubblichiamo l'articolo di don Salvatore apparso sul quotidiano l'"Avvenire" lo scorso 27 febbraio.

IMPORTANTE IL GARBO NELLA CELEBRAZIONE DEL SACRAMENTO
«Con il cuore del padre ti accolgo al confessionale»
SALVATORE GIULIANO
V arcata la soglia della quaresima, il percorso di purificazione della Chiesa si rifà più intenso e all’interno delle nostre comunità ecclesiali il sacramento della Penitenza viene riproposto quale aiuto fondamentale per una crescita spirituale che, come il Santo Padre ha sottolineato in un suo recente intervento, 'va riscoperto ancor più nel suo valore e nella sua importanza per la nostra vita cristiana' (Angelus 15 febbraio 2009). Nelle nostre chiese l’esodo dal confessionale è certamente riflesso di una società individualistica e di uno smarrimento del senso del peccato, ma credo che parte dell’allontanamento da questo sacramento possa essere ricondotto anche ad uno scarso tatto che noi confessori mostriamo nell’esercizio del nostro ministero.
Nel ricevere i penitenti faccio spesso allenamento nel modulare il tono della voce e l’espressione del volto, nello sforzo di mostrare sempre un aspetto sereno e sorridente, perché nessun disagio o stanchezza passi attraverso me ed il naturale imbarazzo di chi confessa la propria miseria ad un altro uomo possa essere in qualche modo stemperato.
Con rammarico sento ancora risonanze di confessori troppo invadenti nelle loro domande o poco accoglienti nel ricevere i fedeli. Ancora c’è chi manda via i penitenti in modo sgarbato o mostra un certo fastidio nell’ascolto. Ma soprattutto penso che sia da superare quell’atteggiamento asettico di chi nel ricevere le confessioni con il più grande rispetto delle indicazioni canoniche, non riesce a comunicare il volto accogliente e gioioso di quel Padre Misericordioso che correndo incontro al figlio e abbracciandolo a lungo festeggiò per il suo ritorno.
Certo, spesso tanti cercano nel sacerdote un terapeuta con cui aprirsi o lo strumento per un atto abituale per far tacere la coscienza senza grandi pentimenti, ma anche queste modalità possono diventare nelle nostre mani strumento prezioso per comunicare la bontà di Dio. Se le nostre Confessioni sanno molto di rubricismo, se non ci alleniamo ad asciugare le lacrime dei fratelli, guardandoli negli occhi, se non riusciamo a stringere le mani dei sofferenti per comunicare coraggio e forza e se non ci caliamo un po’ in più nella vita dei nostri fedeli, i nostri luoghi penitenziali diventeranno solo ricordo dei tempi passati.
Mi capita spesso nell’accogliere i penitenti che confessando i loro peccati dicono «Padre ho fatto questo… questo…», di sentire come il desiderio di aggiungere stringendo le loro mani «Coraggio l’ho fatto anch’io! Con modalità e circostanze diverse, ma nel tuo peccato ritrovo un’eco della mia debolezza».
Il comune denominatore di noi confessori deve essere quindi una spontanea, gioiosa e benevola accoglienza ricordando che, come san Giovanni scrive, «se il nostro cuore ci rimprovera di qualcosa, Dio è più grande del nostro cuore» ( 1Gv 3,20),
solo così noi ministri mostreremo con il nostro, l’immenso cuore del Padre.
Mi capita nell’accogliere i penitenti di sentire il desiderio di aggiungere stringendo le loro mani «Coraggio l’ho fatto anch’io! Pur con modalità e circostanze diverse...»




RACCONTANDO LA NOSTRA VITA, PARLIAMO ANCHE DI LUI 05/03/2009

Pubblichiamo l'articolo di Don Salvatore apparso sul quotidiamo l'"Avvenire" il 18 febbraio u.s.

Raccontando la nostra vita, parliamo anche di Lui
DI DON SALVATORE GIULIANO
La vocazione all’annuncio del Vangelo che la Chiesa ha ricevuto dal Risorto, cerca ancora oggi sempre nuove vie perché il messaggio arrivi al cuore dell’uomo in modo immediato e convincente.
Documenti, convegni e scritti si interrogano sulle modalità della trasmissione del messaggio di Cristo in un mondo che cambia. Da tempi atavici, illustri teologi che spesso vivono la loro esistenza nel raccoglimento dei loro studi a contatto con testi di altri illustri dottori di Dio, si sforzano di racchiudere in libri articolati un discorso convincente sull’Eterno, usando con maestria paroloni e passaggi complicatissimi i quali, più che svelare il volto del Padre, rivelano le profonde conoscenze di chi dimostra di saperla lunga. È meraviglioso come invece Dio, per parlare di sé, non si è accontentato che altri lo facessero in suo nome, i teologi e i profeti, ma si è fatto Egli stesso storia incarnandosi nell’esperienza straordinaria di Gesù di Nazareth. Il modo con cui Egli ha detto qualcosa di sé non è stato quello del discorso teologico che presumeva di dimostrare, con argomentazioni speculative e articolate, la Sua identità.
Il Nazareno si rifiutò di usare il linguaggio dei sacerdoti e di coloro che interpretavano la Scrittura, gli scribi, ma usò il linguaggio dei poeti attraverso parabole, immagini, indovinelli, sottili provocazioni ed esperienze della Sua vita, Egli raccontò Dio. La stessa storia di Gesù e il racconto di essa, riportato nei Vangeli, è ancora oggi il discorso più intenso e completo che ci resta su Dio. D’altra parte anche i grandi profeti dell’Antico Testamento, se potessero ora parlarci di Dio, non elaborerebbero dei concetti speculativi a sfondo filosofico, ma ci racconterebbero la loro storia.
Abramo ci parlerebbe con emozione di quel figlio avuto in tarda età e, con qualche lacrima che certamente gli righerebbe il viso, ci racconterebbe quanto Dio gli sia rimasto fedele, anche quando apparentemente gli chiedeva di sacrificare ciò che aveva. Mosè di sicuro ci direbbe come in quella splendida mattina si sentì chiamare sul monte Sinai quando dal roveto ardente udì pronunciare il suo nome e, facendo ironia su se stesso e ridendo a crepapelle, ci direbbe come proprio a lui che era solito incespicare con le parole, fu chiesto di parlare al cuore del popolo d’Israele. E così tutti gli altri uomini e donne, raccontando di sé, ci parlerebbero in qualche modo di Lui.
È strano che proprio noi credenti in Gesù, in Lui che ha utilizzato storie dense di poesia, siamo così poco abituati a parlare di Dio, raccontandoci. L’uomo di Nazareth, come afferma l’evangelista Marco (4,34), «non parlava mai senza parabole» perché il modo migliore per comunicare Dio è cantare la poesia della vita. Gli annunciatori del Vangelo dovrebbero essere gli esperti della narrazione, non solo nel riportare con fedeltà le biografie dei santi e i percorsi teologici degli studiosi del mistero di Dio, ma raccontandosi mostrerebbero nello stupore della fede il Suo passaggio nella loro storia. Non riesco a rassegnarmi ai grandi trattati di teologia che riportano dell’autore solo poche righe sulla quarta pagina di copertina. Non riesco a innamorarmi di un filone teologico se non conosco i drammi, le preghiere, i dubbi e i volti che si nascondono dietro ad un pensiero. L’apostolo Paolo non ha avuto esitazione nell’annunciare il Crocifisso rivelando le sue stigmate e Pietro attraverso Marco, il suo più fedele interprete, non ha avuto paura di palesare il suo triplice rinnegamento, perché proprio con quella narrazione giungesse il messaggio della misericordia del Padre. Se diventiamo tutti esperti nel raccontare le nostre vite, con i loro drammi e gli slanci appassionati, allora scopriremo come queste storie siano ricucite tutte dal filo d’oro della presenza del Signore in un credo ecclesiale non fatto di affermazioni dottrinali su cui metterci d’accordo o da cui far nascere scismi o guerre, ma che diventa poesia che scalda il cuore e ci fa sentire meno soli.
«Gli annunciatori del Vangelo dovrebbero essere gli esperti della narrazione, non solo nel riportare con fedeltà le biografie dei santi spiegando se stessi, mostrerebbero infatti nello stupore della fede il passaggio di Dio nella loro storia»


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