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CON IL CUORE DEL PADRE TI ACCOLGO AL CONFESSIONALE. 05/03/2009

Pubblichiamo l'articolo di don Salvatore apparso sul quotidiano l'"Avvenire" lo scorso 27 febbraio.

IMPORTANTE IL GARBO NELLA CELEBRAZIONE DEL SACRAMENTO
«Con il cuore del padre ti accolgo al confessionale»
SALVATORE GIULIANO
V arcata la soglia della quaresima, il percorso di purificazione della Chiesa si rifà più intenso e all’interno delle nostre comunità ecclesiali il sacramento della Penitenza viene riproposto quale aiuto fondamentale per una crescita spirituale che, come il Santo Padre ha sottolineato in un suo recente intervento, 'va riscoperto ancor più nel suo valore e nella sua importanza per la nostra vita cristiana' (Angelus 15 febbraio 2009). Nelle nostre chiese l’esodo dal confessionale è certamente riflesso di una società individualistica e di uno smarrimento del senso del peccato, ma credo che parte dell’allontanamento da questo sacramento possa essere ricondotto anche ad uno scarso tatto che noi confessori mostriamo nell’esercizio del nostro ministero.
Nel ricevere i penitenti faccio spesso allenamento nel modulare il tono della voce e l’espressione del volto, nello sforzo di mostrare sempre un aspetto sereno e sorridente, perché nessun disagio o stanchezza passi attraverso me ed il naturale imbarazzo di chi confessa la propria miseria ad un altro uomo possa essere in qualche modo stemperato.
Con rammarico sento ancora risonanze di confessori troppo invadenti nelle loro domande o poco accoglienti nel ricevere i fedeli. Ancora c’è chi manda via i penitenti in modo sgarbato o mostra un certo fastidio nell’ascolto. Ma soprattutto penso che sia da superare quell’atteggiamento asettico di chi nel ricevere le confessioni con il più grande rispetto delle indicazioni canoniche, non riesce a comunicare il volto accogliente e gioioso di quel Padre Misericordioso che correndo incontro al figlio e abbracciandolo a lungo festeggiò per il suo ritorno.
Certo, spesso tanti cercano nel sacerdote un terapeuta con cui aprirsi o lo strumento per un atto abituale per far tacere la coscienza senza grandi pentimenti, ma anche queste modalità possono diventare nelle nostre mani strumento prezioso per comunicare la bontà di Dio. Se le nostre Confessioni sanno molto di rubricismo, se non ci alleniamo ad asciugare le lacrime dei fratelli, guardandoli negli occhi, se non riusciamo a stringere le mani dei sofferenti per comunicare coraggio e forza e se non ci caliamo un po’ in più nella vita dei nostri fedeli, i nostri luoghi penitenziali diventeranno solo ricordo dei tempi passati.
Mi capita spesso nell’accogliere i penitenti che confessando i loro peccati dicono «Padre ho fatto questo… questo…», di sentire come il desiderio di aggiungere stringendo le loro mani «Coraggio l’ho fatto anch’io! Con modalità e circostanze diverse, ma nel tuo peccato ritrovo un’eco della mia debolezza».
Il comune denominatore di noi confessori deve essere quindi una spontanea, gioiosa e benevola accoglienza ricordando che, come san Giovanni scrive, «se il nostro cuore ci rimprovera di qualcosa, Dio è più grande del nostro cuore» ( 1Gv 3,20),
solo così noi ministri mostreremo con il nostro, l’immenso cuore del Padre.
Mi capita nell’accogliere i penitenti di sentire il desiderio di aggiungere stringendo le loro mani «Coraggio l’ho fatto anch’io! Pur con modalità e circostanze diverse...»




RACCONTANDO LA NOSTRA VITA, PARLIAMO ANCHE DI LUI 05/03/2009

Pubblichiamo l'articolo di Don Salvatore apparso sul quotidiamo l'"Avvenire" il 18 febbraio u.s.

Raccontando la nostra vita, parliamo anche di Lui
DI DON SALVATORE GIULIANO
La vocazione all’annuncio del Vangelo che la Chiesa ha ricevuto dal Risorto, cerca ancora oggi sempre nuove vie perché il messaggio arrivi al cuore dell’uomo in modo immediato e convincente.
Documenti, convegni e scritti si interrogano sulle modalità della trasmissione del messaggio di Cristo in un mondo che cambia. Da tempi atavici, illustri teologi che spesso vivono la loro esistenza nel raccoglimento dei loro studi a contatto con testi di altri illustri dottori di Dio, si sforzano di racchiudere in libri articolati un discorso convincente sull’Eterno, usando con maestria paroloni e passaggi complicatissimi i quali, più che svelare il volto del Padre, rivelano le profonde conoscenze di chi dimostra di saperla lunga. È meraviglioso come invece Dio, per parlare di sé, non si è accontentato che altri lo facessero in suo nome, i teologi e i profeti, ma si è fatto Egli stesso storia incarnandosi nell’esperienza straordinaria di Gesù di Nazareth. Il modo con cui Egli ha detto qualcosa di sé non è stato quello del discorso teologico che presumeva di dimostrare, con argomentazioni speculative e articolate, la Sua identità.
Il Nazareno si rifiutò di usare il linguaggio dei sacerdoti e di coloro che interpretavano la Scrittura, gli scribi, ma usò il linguaggio dei poeti attraverso parabole, immagini, indovinelli, sottili provocazioni ed esperienze della Sua vita, Egli raccontò Dio. La stessa storia di Gesù e il racconto di essa, riportato nei Vangeli, è ancora oggi il discorso più intenso e completo che ci resta su Dio. D’altra parte anche i grandi profeti dell’Antico Testamento, se potessero ora parlarci di Dio, non elaborerebbero dei concetti speculativi a sfondo filosofico, ma ci racconterebbero la loro storia.
Abramo ci parlerebbe con emozione di quel figlio avuto in tarda età e, con qualche lacrima che certamente gli righerebbe il viso, ci racconterebbe quanto Dio gli sia rimasto fedele, anche quando apparentemente gli chiedeva di sacrificare ciò che aveva. Mosè di sicuro ci direbbe come in quella splendida mattina si sentì chiamare sul monte Sinai quando dal roveto ardente udì pronunciare il suo nome e, facendo ironia su se stesso e ridendo a crepapelle, ci direbbe come proprio a lui che era solito incespicare con le parole, fu chiesto di parlare al cuore del popolo d’Israele. E così tutti gli altri uomini e donne, raccontando di sé, ci parlerebbero in qualche modo di Lui.
È strano che proprio noi credenti in Gesù, in Lui che ha utilizzato storie dense di poesia, siamo così poco abituati a parlare di Dio, raccontandoci. L’uomo di Nazareth, come afferma l’evangelista Marco (4,34), «non parlava mai senza parabole» perché il modo migliore per comunicare Dio è cantare la poesia della vita. Gli annunciatori del Vangelo dovrebbero essere gli esperti della narrazione, non solo nel riportare con fedeltà le biografie dei santi e i percorsi teologici degli studiosi del mistero di Dio, ma raccontandosi mostrerebbero nello stupore della fede il Suo passaggio nella loro storia. Non riesco a rassegnarmi ai grandi trattati di teologia che riportano dell’autore solo poche righe sulla quarta pagina di copertina. Non riesco a innamorarmi di un filone teologico se non conosco i drammi, le preghiere, i dubbi e i volti che si nascondono dietro ad un pensiero. L’apostolo Paolo non ha avuto esitazione nell’annunciare il Crocifisso rivelando le sue stigmate e Pietro attraverso Marco, il suo più fedele interprete, non ha avuto paura di palesare il suo triplice rinnegamento, perché proprio con quella narrazione giungesse il messaggio della misericordia del Padre. Se diventiamo tutti esperti nel raccontare le nostre vite, con i loro drammi e gli slanci appassionati, allora scopriremo come queste storie siano ricucite tutte dal filo d’oro della presenza del Signore in un credo ecclesiale non fatto di affermazioni dottrinali su cui metterci d’accordo o da cui far nascere scismi o guerre, ma che diventa poesia che scalda il cuore e ci fa sentire meno soli.
«Gli annunciatori del Vangelo dovrebbero essere gli esperti della narrazione, non solo nel riportare con fedeltà le biografie dei santi spiegando se stessi, mostrerebbero infatti nello stupore della fede il passaggio di Dio nella loro storia»




I DOMENICA DI QUARESIMA 27/02/2009

ANNO B
Mc 1,12-15
domenica 1 marzo 2009
Inizia il tempo di Quaresima, un tempo di grazia offerto al cristiano, un’occasione di conversione, di ritorno a Dio si tratta di distogliere i nostri sguardi dai molti idoli che ci seducono, per volgerli all’unico Signore. È dunque un tempo di lotta spirituale, di unificazione di sé, di verità verso se stessi e verso Dio e tutto nel cammino della conversione.
Il vangelo di questa prima domenica di Quaresima contiene – per così dire – il programma dell’impegno quaresimale presentandoci Gesù che nel deserto lotta contro le tentazioni, ci ricorda che anche per il cristiano vi sono tempi in cui la lotta contro le seduzioni mondane si fa più vigile e intensa. Se Gesù stesso, il Figlio di Dio, nella sua piena umanità ha dovuto conoscere lo sforzo e la durezza di questo combattimento spirituale, quanto più noi cristiani! L’esperienza vissuta da Gesù al battesimo, quella di sentirsi chiamare dal Padre “Figlio amato” (Mc 1,11), non gli ha dischiuso un percorso al riparo dalle prove, una “via larga”. No, subito dopo aver ricevuto l’immersione nel fiume Giordano da parte di Giovanni il Battezzatore, Gesù è spinto dallo Spirito ad andare nel deserto il deserto è il regno dei demoni e della morte, ma è anche il luogo in cui, grazie all’assenza di altre presenze, si può cogliere con maggior trasparenza la presenza di Dio. Là Gesù deve affrontare le prove, le tentazioni, quelle conosciute da Israele nei quarant’anni della sua peregrinazione nel deserto (cf. Dt 8,2-5), quelle proprie della condizione umana…

E così in quella “solitudine desolata e ululante” (Dt 32,10) egli si confronta con la possibilità del male, è “tentato in ogni cosa come noi, senza però commettere il peccato” (Eb 4,15). Sì, realmente Gesù è stato tentato, e lo è stato lungo tutta la sua vita realmente è stato posto di fronte alla seducente possibilità di uscire, attraverso il peccato, dalla comunione con Dio e dalla solidarietà con gli uomini. Dobbiamo prendere sul serio le tentazioni vissute da Gesù, perché solo così potremo comprendere la sua povertà di uomo e la sua totale solidarietà con noi, nonché la sua vittoria sulle tentazioni. Senza esemplificare le tentazioni in numero di tre, come fanno Matteo e Luca (cf. Mt 4,1-11 Lc 4,1-13), Marco scrive che nel deserto Gesù “rimase quaranta giorni, tentato da Satana”, cioè tentato ripetutamente, continuamente. Di più, questa espressione può essere riferita a tutta la vita di Gesù anche sulla croce, infatti, al termine della sua vicenda terrena, Gesù sarà tentato di sottrarsi all’obbedienza al Padre, di preservare la propria vita – “salva te stesso scendendo dalla croce!” (Mc 15,30) –, invece di deporla per amore degli uomini, sottomettendosi liberamente a una morte violenta e ingiusta.

La lotta contro le tentazioni è terribile, ma senza di essa il cristiano si arrende alla mentalità mondana, cede al male egli comincia con il far convivere in sé atteggiamenti religiosi e alienazioni idolatriche, in una sorta di schizofrenia spirituale, per poi giungere a svuotare del tutto la fede. Quando infatti si inizia a non vivere come si pensa, si finisce per pensare come si vive! La lotta spirituale contro il demonio, invece, è volta a conseguire la libertà dei figli a cui ci chiama il Vangelo (cf. Gv 8,34-36), e il cristiano affronta tale combattimento nella convinzione che è Gesù Cristo stesso a lottare nella sua lotta sicché anche la vittoria è dono e grazia. Segno della vittoria di Cristo su Satana è l’armonia ristabilita tra cielo e terra, tra gli angeli, l’umanità e le bestie selvagge. Un testo extra-biblico giudaico presenta un significativo parallelo a questa annotazione di Marco “Se farete il bene, gli uomini e gli angeli vi benediranno, le bestie selvagge vi temeranno, il Signore vi amerà e gli angeli vi serviranno” (Testamento di Neftali 8,4). E la vittoria di Cristo su Satana è promessa per il cristiano ponendo in lui la sua fede, il cristiano può vincere la mondanità che sempre lo tenta (cf. 1Gv 5,4), può ritrovare la pace tra le pulsioni caotiche che lo abitano e lo Spirito santo.
Alla luce di tutto questo si comprende anche il senso delle prime parole di Gesù “Il Regno di Dio si è avvicinato convertitevi e credete al Vangelo”. Egli chiama alla conversione, a fare ritorno a Dio aderendo alla buona notizia per eccellenza Dio regna in Gesù, è lui la buona notizia di Dio per l’umanità. Chi accetta di ascoltare le sue parole e di mettersi alla sua sequela, potrà anche lasciare che la sua lotta operi in lui, giorno dopo giorno.
Enzo Bianchi

 

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