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SUL CREATO TROPPO FRETTOLOSI. FACCIAMOCI SENTINELLE COSCIENZIOSE. 24/03/2009

Pubblichiamo l'articolo di don Salvatore apparso sul quotidiano l'"Avvenire" lo scorso 20 marzo.


DOMANI TORNA LA PRIMAVERA. RIVESTIAMOCI DI UNA NUOVA VIRTÙ
Sul creato troppo frettolosi.
Facciamoci sentinelle coscienziose
SALVATORE GIULIANO
Q ualche giorno fa, in uno studio pubblicato su
Science, sono stati resi pubblici i risultati raccolti dal 1973 al 2007 3.250 stazioni meteo sparse in tutto il mondo hanno misurato l’inquinamento dell’atmosfera. I dati sono stati esaminati in seguito dall’università del Maryland che ha tristemente espresso il suo verdetto il cielo è sempre più opaco e una patina grigia offusca progressivamente il suo azzurro! Di questo sfacelo ecologico certamente le religioni devono continuare a farsi carico nella riflessione comune e nel cammino di dialogo interreligioso. Come la fede monoteista trova in Abramo il suo centro propulsore, così la contemplazione della natura è stata ciò che in modo originario ha suscitato nell’uomo un primitivo e acerbo senso religioso. È comprensibile come la natura si sia intrecciata sempre con la sfera del sacro fino a diventare in diverse religioni e popoli 'sacra' anch’essa per alcune parti. Per gli egizi era sacro il fiume Nilo che nell’ingrossamento e nella diminuzione delle acque rivelava il misterioso volere di Osiride nel dare vita o morte in Kenya sono considerate sacre le foreste Kaya, gli indoariani 3500 anni fa sacralizzavano le vacche gli egizi 4000 anni fa i gatti per i sassoni 1500 anni fa era sacro il cavallo e per gli indù ancora oggi è sacro il fiume Gange le cui acque purificano e danno vita. Le religioni hanno poi sempre meglio preso coscienza che tutto ciò che la natura offre è azione di un Dio creatore ed è per intero 'sacra', in quanto dono che proviene dalle sue mani. Dobbiamo tuttavia ammettere che non sempre abbiamo incoraggiato nei credenti un’adeguata attenzione ecologica. La crisi dovuta all’inquinamento ambientale ha spesso trovato impreparate le religioni che non hanno ben sviluppato un pensiero teologico che spinga a frenare la distruzione della natura. Il creato è stato per troppo tempo fuori dalla nostra morale ed il comandamento biblico «soggiogate la terra» ( Gen 1, 28) non sempre ha avuto un’interpretazione felice. Mai come oggi la «creazione geme e soffre nelle doglie del parto e attende la sua liberazione dalla corruzione» (Rm 8, 18). L’uomo, ed in particolar modo il credente, deve sentirsi sentinella dell’ambiente che è il dono di Dio perché possa egli trovare piena armonia in sé stesso e con il creato. Il surriscaldamento del pianeta, l’inquinamento atmosferico, la distruzione dei polmoni verdi dei nostri paesi e i reati ambientali che li deturpano, ci richiamano ad un senso di responsabilità di cui dobbiamo farci promotori. Nel Cantico delle creature di san Francesco l’uomo muove verso Dio in armonia con la natura presentandola come lo 'spazio sacro' in cui e con cui lodare Dio parlando con Lui e fare sì che attraverso essa, Lui parli a noi. Rimettere il verde nelle nostre città non è solo un elemento di necessità estetica, ma direi quasi una priorità religiosa, come una 'reliquia' di Dio per cui avere una devota venerazione. Per tutte le religioni quindi l’impegno alla riduzione dell’inquinamento attraverso la sensibilizzazione ad una differenziazione dei rifiuti, nella lotta contro lo smog e contro sostanze radioattive ed altri elementi nocivi all’ambiente, nella promozione di una vera cultura ecologica. Dobbiamo come Chiesa ancora più scoprire la dimensione religiosa del problema per aiutare la natura a ritrovare la sua bellezza. È stato significativo che la Chiesa italiana abbia voluto istituire tre anni fa la 'Giornata per la salvaguardia del creato' perché solo con quella che è stata definita «una sincera conversione ecologica» lasceremo alle future generazioni un cielo più blu ed un mondo che sia una casa bella da abitare e non una enorme pattumiera in cui giacere.

 



IL GIORNALE 17/03/2009

Nella sezione dedicata al giornalino parrocchiale, il numero 1 del VII anno, del mese di marzo 2009, in una nuova veste grafica.

 



IL VANGELO DI DOMENICA 15 MARZO 14/03/2009

Gv 2,13-25
Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere

Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto «Lo zelo per la tua casa mi divorerà».
Allora i Giudei presero la parola e gli dissero «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo.
Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.

Parola del Signore

Omelia
don Giovanni Berti
Arrabbiamoci con Gesù

Ricordo una volta di un prete che alla fine della messa domenicale, dopo esser andato in sacrestia a togliersi i paramenti sacri, rientrato in chiesa e vedendo che diverse persone erano rimaste in chiesa a parlare, anche a voce alta, risalì sul pulpito e dal microfono rimproverò quelli che chiacchieravano dicendo loro che la Chiesa non è un mercato ma luogo di preghiera, e che si disturbavano quelli che stavano ancora pregando. E invitò le persone a uscire in piazza.
Devo confessare che tra i rimproverati c’ero anch’io che, in attesa della messa successiva, mi ero messo a chiacchierare con quelli che erano venuti a messa e non erano già “fuggiti” a casa dopo “l’andate in pace” della messa precedente.
Il Vangelo che ascoltiamo questa domenica sembra giustificare in pieno l’atteggiamento zelante di quel prete, e sembra darci questo chiaro insegnamento pratico la chiesa è un luogo sacro e va mantenuto sempre nel silenzio e nel massimo decoro soprattutto del vestire. E’ dunque ora di evitare le chiacchiere inutili e gli schiamazzi acustici (schitarrate giovanili e strumenti da musica rock) da fare sicuramente altrove, ed è ora di eliminare tutte quelle rivendite di giornali o articoli religiosi e devozionali che spesso si trovano in santuari o chiese storiche in città.
Ma è proprio questo l’insegnamento del racconto evangelico?
Le nostre chiese sono proprio la stessa cosa del Tempio di Gerusalemme che Gesù, da buon ebreo, frequentava e che al suo tempo era davvero considerato il luogo della presenza di Dio?
Già il brano del Vangelo ci narra come Gesù stesso sposta il significato della sua azione da un luogo materiale ad uno di diversa e più elevata natura, cioè la sua persona. Gesù che si indigna e che passa concretamente all’azione nel ripristinare il valore sacro del Tempio di Gerusalemme, profanato da un uso distorto, ci vuole dare un segno di qualcosa di più grande. Non è certo un invito a fare anche noi fruste di cordicelle (o di parole) per cacciare le persone (ritenute) indegne della nostre chiese, ma è l’invito ad assumere gli stessi suoi sentimenti e atteggiamenti per prenderci cura del vero tempio di Dio che ancora oggi è profanato.
Non è un tempio di mattoni e pietre, ma è il tempio di Dio che è l’uomo.
Ce lo ricorda anche San Paolo nella prima lettera ai Corinti “…non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo che è in voi e che avete da Dio?” (1Cor 6,19), e anche Pietro nella sua prima lettera “… anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo” (1Pietro 2,5)


Quante volte ci arrabbiamo e facciamo qualcosa di concreto quando vediamo uomini ridotti a mercato? Come non rimanere indignati quando, in nome della crisi, le persone sono calcolate solo come “posti di lavoro” da tenere o eliminare? E quali sono i nostri sentimenti quando gli stranieri sono valutati solo come “forza lavoro” da fare entrare o cacciare nel paese a seconda dei nostri bisogni produttivi e delle nostre esigenze? E che cosa pensiamo e facciamo quando la donna e il bambino sono ridotti a oggetto di sfruttamento sessuale di chi è più forte e violento? Anche li abbiamo una vera e propria profanazione del Tempio di Dio che non può non farci assumere i sentimenti di dolore misto a ira che Gesù dimostra quel giorno nel Tempio di Gerusalemme.
E’ vero che l’edificio-chiesa è un luogo importante e da non sottovalutare nella nostra cura, ma non possiamo dimenticare che Gesù ci dà in mano la sua frusta di cordicelle perché, con il suo stesso zelo di allora, passiamo oggi all’azione in modo da togliere ogni reale profanazione che deturpa la casa di Dio. E la casa di Dio da salvare dalla profanazione è ogni uomo e donna sulla terra, specialmente quelli fuori e lontani dai nostri luoghi di culto, troppo spesso difesi come fortini e che ci impediscono di andare oltre, là dove realmente abita Dio!




 

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