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PENTECOSTE 27/05/2009

Giorno di Pentecoste, in cui si conclude il tempo sacro dei cinquanta giorni di Pasqua e, con l’effusione dello Spirito Santo sui discepoli a Gerusalemme, si fa memoria dei primordi della Chiesa e dell’inizio della missione degli Apostoli fra tutte le tribù, lingue, popoli e nazioni.

Per gli Ebrei è la festa che ricorda il giorno in cui sul Monte Sinai, Dio diede a Mosè le tavole della Legge – Per la Chiesa Cattolica è la festa che ricorda la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli.

Origini della festa
Presso gli Ebrei la festa era inizialmente denominata “festa della mietitura” e “festa dei primi frutti” si celebrava il 50° giorno dopo la Pasqua ebraica e segnava l’inizio della mietitura del grano nei testi biblici è sempre una gioiosa festa agricola.
È chiamata anche “festa delle Settimane”, per la sua ricorrenza di sette settimane dopo la Pasqua nel greco ‘Pentecoste’ significa 50ª giornata. Il termine Pentecoste, riferendosi alla “festa delle Settimane”, è citato in Tobia 2,1 e 2 Maccabei, 12, 31-32..
Quindi lo scopo primitivo di questa festa, era il ringraziamento a Dio per i frutti della terra, cui si aggiunse più tardi, il ricordo del più grande dono fatto da Dio al popolo ebraico, cioè la promulgazione della Legge mosaica sul Monte Sinai.
Secondo il rituale ebraico, la festa comportava il pellegrinaggio di tutti gli uomini a Gerusalemme, l’astensione totale da qualsiasi lavoro, un’adunanza sacra e particolari sacrifici ed era una delle tre feste di pellegrinaggio (Pasqua, Capanne, Pentecoste), che ogni devoto ebreo era invitato a celebrare a Gerusalemme.

La discesa dello Spirito Santo
L’episodio della discesa dello Spirito Santo è narrato negli Atti degli Apostoli, cap. 2 gli apostoli insieme a Maria, la madre di Gesù, erano riuniti a Gerusalemme nel Cenacolo, probabilmente della casa della vedova Maria, madre del giovane Marco, il futuro evangelista, dove presero poi a radunarsi abitualmente quando erano in città e come da tradizione, erano affluiti a Gerusalemme gli ebrei in gran numero, per festeggiare la Pentecoste con il prescritto pellegrinaggio.
“Mentre stava per compiersi il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano.
Apparvero loro lingue di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi.
Si trovavano allora in Gerusalemme giudei osservanti, di ogni Nazione che è sotto il cielo. Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita, perché ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua.
Erano stupefatti e, fuori di sé per lo stupore, dicevano ‘Costoro che parlano non sono forse tutti Galilei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa?…”.
Il passo degli Atti degli Apostoli, scritti dall’evangelista Luca in un greco accurato, prosegue con la prima predicazione dell’apostolo Pietro, che unitamente a Paolo, narrato nei capitoli successivi, aprono il cristianesimo all’orizzonte universale, sottolineando l’unità e la cattolicità della fede cristiana, dono dello Spirito Santo.

Lo Spirito Santo
È il nome della terza persona della SS. Trinità, principio di santificazione dei fedeli, di unificazione della Chiesa, di ispirazione negli autori della Sacra Scrittura. È colui che assiste il magistero della Chiesa e tutti i fedeli nella conoscenza della verità (è detto anche ‘Paraclito’, cioè ‘Consolatore’).
L’Antico Testamento, non contiene una vera e propria indicazione sullo Spirito Santo come persona divina. Lo “spirito di Dio”, vi appare come forza divina che produce la vita naturale cosmica, i doni profetici e gli altri carismi, la capacità morale di obbedire ai comandamenti.
Nel Nuovo Testamento, lo Spirito appare talora ancora come forza impersonale carismatica. Insieme però, avviene la rivelazione della ‘personalità’ e della ‘divinità’ dello Spirito Santo, specialmente nel Vangelo di san Giovanni, dove Gesù afferma di pregare il Padre perché mandi il Paraclito, che rimanga sempre con i suoi discepoli e li ammaestri nella verità (Giov. 14-16) e in san Paolo, dove la dottrina dello Spirito Santo è congiunta con quella della divina redenzione.
Il magistero della Chiesa insegna che la terza Persona procede dalla prima e dalla seconda, come da un solo principio e come loro reciproco amore che lo Spirito Santo è inviato per via di ‘missione’ nel mondo, e che esso ‘inabita’ nell’anima di chi possiede la Grazia santificante.
Concesso a tutti i battezzati (1 Corinzi, 12, 13), lo Spirito fonda l’uguale dignità di tutti i credenti. Ma nello stesso tempo, in quanto conferisce carismi e ministeri diversi, l’unico Spirito, costruisce la Chiesa con l’apporto di una molteplicità di doni.
L’insegnamento tradizionale, seguendo un testo di Isaia (11, 1 sgg.) enumera sette doni particolari, sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timore di Dio. Essi sono donati inizialmente con la grazia del Battesimo e confermati dal Sacramento della Cresima.

Simbologia
Lo Spirito Santo, rarissimamente è stato rappresentato sotto forma umana mentre nell’Annunciazione e nel Battesimo di Gesù è sotto forma di colomba, e nella Trasfigurazione è come una nube luminosa.
Ma nel Nuovo Testamento, lo Spirito divino è esplicitamente indicato, come lingue di fuoco nella Pentecoste e come soffio nel Vangelo di Giovanni (20, 22) “Gesù disse loro di nuovo Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Dopo aver detto questo, soffiò su di loro e disse Ricevete lo Spirito Santo a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi”.
Lo Spirito Santo, più volte preannunciato nei Vangeli da Gesù, è stato soprattutto assimilato al fuoco che come l’acqua è simbolo paradossale di vita e di morte.
In tutte le religiosità, il fuoco ha un posto fondamentale nel culto ed è spesso simbolo della divinità e come tale adorato. Il dio sumerico del fuoco, Gibil, era considerato portatore di luce e di purificazione a Roma c’era una fiamma sempre accesa custodita dalle Vestali, simbolo di vita e di forza.
Nell’Antico Testamento, Dio si rivela a Mosè sotto forma di fuoco nel roveto ardente che non si consuma nella colonna di fuoco Dio Illumina e guida il popolo ebraico nelle notti dell’Esodo durante la consegna delle Tavole della Legge a Mosè, per la presenza di Dio il Monte Sinai era tutto avvolto da fuoco.
Nelle visioni profetiche dell’Antico Testamento, il fuoco è sempre presente e Dio apparirà alla fine dei tempi con il fuoco e farà giustizia su tutta la terra anche nel Nuovo Testamento, Giovanni Battista annuncia Gesù come colui che battezza in Spirito Santo e fuoco (Matteo, 3, 11).

La Pentecoste nel cristianesimo
I cristiani inizialmente chiamarono Pentecoste, il periodo di cinquanta giorni dopo la Pasqua. A quanto sembra, fu Tertulliano, apologista cristiano (155-220), il primo a parlarne come di una festa particolare in onore dello Spirito Santo. Alla fine del IV secolo, la Pentecoste era una festa solenne, durante la quale era conferito il Battesimo a chi non aveva potuto riceverlo durante la veglia pasquale.
Le costituzioni apostoliche testimoniano l’Ottava di Pentecoste per l’Oriente, mentre in Occidente compare in età carolingia. L’Ottava liturgica si conservò fino al 1969 mentre i giorni festivi di Pentecoste furono invece ridotti nel 1094, ai primi tre giorni della settimana ridotti a due dalle riforme del Settecento.
All’inizio del XX secolo, fu eliminato anche il lunedì di Pentecoste, che tuttavia è conservato come festa in Francia e nei Paesi protestanti.
La Chiesa, nella festa di Pentecoste, vede il suo vero atto di nascita d’inizio missionario, considerandola insieme alla Pasqua, la festa più solenne di tutto il calendario cristiano.

La Pentecoste nell’arte
Il tema della Pentecoste, ha una vasta iconografia, particolarmente nell’arte medioevale, che fissò l’uso di raffigurare lo Spirito Santo che discende sulla Vergine e sugli apostoli nel Cenacolo, sotto la forma simbolica di lingue di fuoco e non di colomba.
Lo schema compositivo richiama spesso quello dell’Ultima Cena, trovandosi nello stesso luogo, cioè il Cenacolo, e lo stesso gruppo di persone Gesù è sostituito da Maria e il posto lasciato vuoto da Giuda viene occupato da Mattia.
Viene così a comunicarsi il valore dell’unità dell’aggregazione e successione apostolica, oltre che la sua disposizione a raggiungere i confini del mondo.

Nella Liturgia
Lo Spirito Santo viene invocato nel conferimento dei Sacramenti e da vero protagonista nel Battesimo e nella Cresima e con liturgia solenne nell’Ordine Sacro e in ogni cerimonia liturgica, ove s’implora l’aiuto divino, con il magnifico e suggestivo inno del “Veni Creator”, il cui testo in latino è incomparabile.




ASCENSIONE DEL SIGNORE 20/05/2009

Anno B
Mc 16,15-20
24 maggio 2009

Celebriamo oggi la festa dell’Ascensione, nella quale il mistero pasquale di Gesù, il suo esodo da questo mondo al Padre (cf. Gv 13,1), è letto in un’ottica particolare. La nostra attenzione si concentra infatti sul momento in cui egli giunge presso il Padre, entra nel Regno di Dio egli partecipa così al potere e alla signoria di Dio, quale Messia che siede alla destra di Dio, secondo le parole del salmista “Il Signore ha detto al mio Signore siedi alla mia destra” (Sal 110,1).
Con la morte e il seppellimento di Gesù è avvenuta una separazione tra lui e i discepoli, e la resurrezione non ripristina la situazione precedente, quella di un’esistenza vissuta insieme, ma origina un altro modo con cui Gesù, Risorto e Vivente, si rende presente alla sua chiesa. Detto altrimenti, la resurrezione significa che l’uomo Gesù è stato reso da Dio Signore e Messia (cf. At 2,36), è stato innalzato fino a partecipare per sempre alla vita di Dio ebbene, i vangeli hanno espresso tutto ciò mediante l’immagine dell’assunzione al cielo di Gesù, così come al cielo era stato innalzato il profeta Elia (cf. 2Re 2,1-14). È Luca, in particolare, a testimoniare questa verità attraverso il racconto dell’ascensione (cf. Lc 24,50-53 At 1,6-11) la verità di Gesù Cristo che, quale Signore, oggi partecipa della condizione divina la verità del corpo di Gesù, un corpo umano ormai assunto nella vita stessa di Dio, la vita trinitaria.

La conclusione del Vangelo secondo Marco si ispira proprio ai racconti lucani e, operando una sintesi di tutti gli eventi riguardanti la resurrezione di Gesù, afferma “Il Signore Gesù fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio”. Nel dire questo, Marco non dimentica però che la fede nel Risorto si è fatta strada con grande difficoltà nei cuori dei discepoli per ben due volte, infatti, si vede costretto a scrivere che essi “non vollero credere” (Mc 16,11.13), aggiungendo che Gesù stesso “li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore” (Mc 16,14). Anche dopo la Pasqua la comunità degli undici e dei discepoli merita il rimprovero di Gesù, allora come oggi e tuttavia è proprio a questa comunità, barca traballante e sballottata, che Gesù affida la missione! È paradossale ma è così il Signore Gesù conosce la nostra incredulità e volge ad essa il suo sguardo compassionevole, eppure ci chiede ugualmente di andare tra gli uomini, di “annunciare la buona notizia della resurrezione a tutte le creature”, perché tutte in attesa della redenzione (cf. Rm 8,22-23), e di ricordare che quanti, pur raggiunti dal Vangelo, non vi aderiscono, percorrono una strada rovinosa e mortifera…

Si faccia però attenzione quest’ultima parola del Signore non va applicata a coloro che sono fuori della chiesa, i cosiddetti “non credenti”, ma innanzitutto a noi cristiani, che abbiamo conosciuto e annunciato la buona notizia. Quanto agli altri, “quelli di fuori” (Mc 4,11), noi non possiamo ergerci a giudici nei loro confronti, fino a condannarli in quanto incapaci o impossibilitati ad aderire alla verità del Vangelo “non di tutti è la fede, ma il Signore è fedele” (2Ts 3,2-3)! E non si dimentichi in proposito che la fede degli altri dipende soprattutto da noi dal modo in cui presentiamo e comunichiamo il Vangelo, da come narriamo il volto di Dio, da come sappiamo agire quali uomini nella storia e nel mondo. Davvero il Vangelo che può destare la fede non è affidato a un libro o a uno strumento di comunicazione, ma a noi è la nostra vita che deve essere un racconto del Vangelo.
Ecco perché il Signore Gesù mette in evidenza che un annuncio vero ed efficace del Vangelo deve essere accompagnato da “segni”, segni da leggersi nella nostra vita e nel nostro operare. Noi siamo nel mondo le mani e la bocca del Dio invisibile (cf. Gv 1,18 1Gv 4,12), ed è guardando a noi che gli uomini possono decidere se credere al Vangelo o rifiutarlo “risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere belle e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” (Mt 5,16). Sì, sta a noi essere consapevoli che il Risorto, in questo tempo della sua assenza fisica, agisce in noi, a patto che siamo capaci di andare nella compagnia degli uomini restando fedelmente alla sua sequela.
Enzo Bianchi




IL VANGELO DELL'AMORE 17/05/2009

6a Domenica di Pasqua - Anno B
Vangelo Gv 15,9-17

La liturgia di questa domenica è tutta incentrata sull’amore. In realtà, tutto il messaggio cristiano, nonostante i molti distinguo e le molte tortuosità giuridiche con cui esso viene spesso presentato, ha nell’amore il suo massimo riferimento, punto di partenza e al contempo di arrivo del messaggio del Signore.

Se nei tempi difficili che stiamo vivendo una consolazione è possibile per noi poveri cristiani più interessati alla vita reale di uomini e di donne che vivono l’avventura dell’esistere che non al codice di diritto canonico, ogni consolazione deriva da una certezza che ci anima saremo giudicati sull’amore. È il tema delle letture di oggi, in particolare della seconda lettura (dalla prima lettera di Giovanni) e dell’Evangelo.

Come deve essere questo amore? Quali effetti esso può avere nelle nostre esistenze in cui il male sembra sempre avere il sopravvento?

C’è una bella pagina di Doroteo di Gaza (6° sec.) che dice «Cercate di essere uniti gli uni agli altri, perché quanto uno è unito al prossimo, altrettanto è unito a Dio. Voglio darvi un’immagine dei Padri, perché capiate meglio il senso di questa parola. Supponete che per terra ci sia un cerchio, cioè una linea tonda tracciata con un compasso dal centro. Pensate che questo cerchio sia il mondo, il centro del cerchio, Dio, e le linee che vanno dal cerchio al centro, le vie, ossia i modi di vivere degli uomini. In quanto dunque i santi avanzano verso l’interno desiderando di avvicinarsi a Dio, man mano che procedono si avvicinano a Dio e si avvicinano gli uni agli altri, e quanto più si avvicinano l’un l’altro, si avvicinano a Dio» (Insegnamenti spirituali).

Doroteo parla di “santi”. Ma non si tratta certo dei santi canonizzati, di quelli riconosciuti tali dalla Chiesa. Nel linguaggio teologicamente essenziale ed efficace dei primi tempi del cristianesimo, “santi” sono tutti coloro che si riconoscono nel messaggio di Gesù, spesso addirittura in modo non esplicito, inconsapevole, ma agendo con rettitudine e nell’etica della responsabilità, accettando l’immenso dono di Grazia che il Signore riversa su ogni uomo e su ogni donna, alla ricerca di un senso all’esistere, indipendentemente dall’adesione o meno ad alcune norme delle religioni ufficiali. È in fondo quanto intuisce Pietro, pur nella sua difficile posizione di custode dell’ortodossia, nel capitolo 10 degli Atti «Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi (cioè “i fedeli incirconcisi”) che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». (10,47)… «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenza di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga (34-35).

Giovanni ribadisce in modo ancora più marcato questo concetto «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui. Chi non mi ama, non osserva le mie parole…(Gv 14,23-24). Non dunque “Se uno osserverà la mia parola, mi ama”, ma “Se uno mi ama osserverà la mia parola”. Osservare la parola del Signore viene di conseguenza all’amore, non viceversa. Commenta mirabilmente D.M.Turoldo “Chi è l’Amante che non sia anche l’Amato? E l’Amato che non sia anche l’Amante? Ma, in amore, contano le parole? Non è questo il momento incandescente del mondo, il momento della luce che si scioglie, il momento delle lacrime che si fanno perle di luce? O innamorati, lasciate libero il cuore, che canti…”(Amare, ed. Paoline).

Questo ci introduce all’Evangelo. “Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. (Gv 15, 9-14).

L’amore di Dio è esuberante. Non è Gesù la fonte dell’Amore, ma è il Padre Amante, al punto che Gesù stesso ci indica come modello d’amore l’amore con cui il Padre lo ha amato e lo ama, affinché anche noi possiamo diventare, ancorché in modo sempre imperfetto, quello stesso amore con cui il Padre ha avvolto il Figlio. Solo così potremo entrare pienamente, anche se non lo comprenderemo mai fino in fondo, nel mistero della Trinità.

L’amore reciproco di un uomo e di una donna, di due fidanzati, di due sposi sono il “luogo antropologico” privilegiato per cogliere e per far crescere in noi l’amore di Dio. Egli lo elegge anzi a “sacramento”, “segno efficace” del suo amore per noi. Questo ovviamente vale quando non confondiamo l’amore con un sentimento che potrebbe anche essere passeggero. L’amore vero si basa non solo sul rispetto assoluto dell’altro, ma anche sulla volontà, e cioè sul desiderio – un vero e proprio progetto – di far crescere l’altro, lungi dal colonizzarlo, servendoci cioè di lui o di lei per dare libero sfogo al nostro narcisismo sempre in agguato. Se il progetto è di far crescere l’altro, ciò deve avvenire anche quando il suo progetto di crescita non coincide con il nostro, al limite anche quando contrasta con i nostri progetti, Non un amore di cattura, ma gratuito, che si autentica non quando serve a soddisfare i nostri desideri, ma quando si nutre della comprensione profonda, empatica dell’altro, dell’ascolto, dell’apertura serena e sincera al dialogo.

Con questo amore – che non si realizza come per miracolo, ma va coltivato, ricercato, pregato, potremo davvero dire, insieme con Giovanni, “amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore» (! Gv 4,77-8).

Grande responsabilità quella di chi tenta, pur nelle fragilità e difficoltà quotidiane, di amarsi. Ma è il “prodigio” (Sal 97) di Dio.



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