PARROCCHIA SAN GIOVANNI BATTISTA
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S.S. Messa
ore 9:00 - 10:30 - 12:00 - 18:30.

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S.S. Messa: ore 18:30

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S.S. Messa: ore 18:30

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S.S. Messa: ore 18:30

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S.S. Messa: ore 19:00 a seguire Scuola di preghiera con Gesù eucarestia : ore 20:00

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S.S. Messa: ore 18:30

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S.S. Messa: 18:30
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XXIII DOMENICA DEL TEMPO 04/09/2009

EFFATA'!!!!!
Vangelo Mc 7,31-37

«Effatà» (Apriti!). Questa parola si accampa imponente nella liturgia della 23a domenica del Tempo Ordinario e, se non sul piano storico, almeno su quello simbolico si collega all’evangelo sul quale abbiamo riflettuto domenica scorsa. Se allora il messaggio di Gesù era di onorare Dio non in modo formale, ma con il cuore, oggi il messaggio è di ascoltare la voce dello Spirito che ci parla attraverso la nostra coscienza e di parlare con franchezza (parrhèsìa). Ma andiamo con ordine.

Gesù si trova fuori della Palestina, in una regione pagana (cioè di cultura ellenista) chiamata Decapoli.. La sua fama di “guaritore” è giunta fin lì e dunque un gruppo di persone gli porta un sordomuto pregandolo di imporgli la mano. Gesù «lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse “Effatà”, cioè “Apriti!”. E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente. E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano “Ha fatto bene ogni cosa fa udire i sordi e fa parlare i muti!”».

Che cosa ci suggerisce questo episodio? Prima di tutto che Gesù non ama vedere una persona sofferente e dunque si china sempre con compassione sulle difficoltà fisiche e spirituali di chi incontra. Eppure, l’interpretazione del “miracolo” va ben al di là di questo significato e riveste un valore simbolico fondamentale anche per la coppia e la famiglia.

Le orecchie del sordo si aprono e la lingua si scioglie. Anche per noi che fisicamente non siamo forse né sordi né muti dovrebbe essere operato il medesimo miracolo. Spesso la coppia e la famiglia vivono in un mondo isolato, fatto di preoccupazioni materiali, di incontri superficiali e fugaci, di incapacità di paziente ascolto reciproco. Sentiamo, ma non ascoltiamo. Non lasciamo entrare dentro di noi, nel nostro intimo, la parola dell’altro, una parola che può essere rigeneratrice e ristrutturante, oppure, all’opposto, può rappresentare una pressante domanda d’aiuto destinata purtroppo a restare, spesso, senza risposta.

Effatà!... apriamo le orecchie e il cuore all’ascolto. E apriamo anche il nostro intimo all’ascolto dello Spirito che, attraverso la nostra coscienza, ci istruisce e ci guida nelle realtà della vita che oggi, come sempre d’altronde, non è una vita facile per la famiglia.

La quale, però, è sovente muta…

E anche qui, allora, deve risuonare forte quella parola Effatà, apriti! Apriamo la bocca e l’intelligenza per esprimere con chiarezza i nostri desideri, le nostre esigenze come coppia e come famiglia. Se non lo facciamo noi, altri lo faranno per noi. Sciogliamo la lingua! Non lasciamo che i poteri politici, ed anche quelli religiosi, decidano che cosa è meglio per la famiglia e per la coppia senza consultarci e senza considerarci. Sì, anche nella Chiesa e non solo nella società è molto importante che il popolo recuperi la capacità di parola, per poter esprimere sia la propria esperienza di vita familiare e di coppia, sia la propria esperienza di Dio. È un arricchimento e un aiuto per tutti.

Nella Chiesa tutti hanno diritto di parola, non ci possono essere discriminazioni. Come ci ricorda con un linguaggio molto diretto l’apostolo Giacomo, se nell’assemblea entrano un ricco con un costoso anello al dito e un abbigliamento splendido, e un povero con l’abito sporco, non possiamo fare discriminazioni e dire al primo “Tu siediti qui, al primo posto” e al secondo “Tu invece mettiti in fondo o sotto lo sgabello dei miei piedi…”. Fuori di metafora, sia a livello sociale che ecclesiale occorre prendere in considerazione le esigenze di tutti, ma - proprio per una questione di redistribuzione di considerazione e di giustizia – rimettere i poveri al centro affinché venga loro restituito quanto è stato loro ingiustamente tolto. Diceva Papa Giovanni La Chiesa è sì la Chiesa di tutti, ma è soprattutto la Chiesa dei poveri. Una lezione dimenticata. Una povertà evidentemente non solo materiale sempre fuori di metafora, sia la società che la comunità cristiana avrebbero molto da guadagnare nell’ascolto non insofferente né disattento delle coppie e delle famiglie più povere, non solo economicamente, ma anche sul piano delle esperienze che sono spesso tristi, devastanti e cariche di inaudita sofferenza.

Solo allora potremo cantare con Isaia

4Dite agli smarriti di cuore

«Coraggio, non temete!

Ecco il vostro Dio,

giunge la vendetta,

la ricompensa divina.

Egli viene a salvarvi».

5Allora si apriranno gli occhi dei ciechi

e si schiuderanno gli orecchi dei sordi.

6Allora lo zoppo salterà come un cervo,

griderà di gioia la lingua del muto,

perché scaturiranno acque nel deserto,

scorreranno torrenti nella steppa.

7La terra bruciata diventerà una palude,

il suolo riarso sorgenti d’acqua.

Questa è anche la nostra speranza.







A V V I S O 02/09/2009

Da domenica 6 settembre gli orari delle Messe saranno i seguenti

9.00 - 10.30 - 12.00 - 19.00




IL VANGELO DI DOMENICA 23 AGOSTO 07/08/2009

Gv 6,60-69
Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.

In quel tempo, molti dei discepoli di Gesù, dopo aver ascoltato, dissero «Questa parola è dura! Chi può ascoltarla?».
Gesù, sapendo dentro di sé che i suoi discepoli mormoravano riguardo a questo, disse loro «Questo vi scandalizza? E se vedeste il Figlio dell’uomo salire là dov’era prima? È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla le parole che io vi ho detto sono spirito e sono vita. Ma tra voi vi sono alcuni che non credono».
Gesù infatti sapeva fin da principio chi erano quelli che non credevano e chi era colui che lo avrebbe tradito. E diceva «Per questo vi ho detto che nessuno può venire a me, se non gli è concesso dal Padre».
Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui.
Disse allora Gesù ai Dodici «Volete andarvene anche voi?». Gli rispose Simon Pietro «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».

Parola del Signore

Omelia
Il pane della domenica
“Volete andarvene anche voi?”

Da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna

In questi ultimi tempi si vanno moltiplicando delle presunte “storie” di Gesù, che in realtà sono delle favole abilmente manipolate per imbambolare milioni di persone e impinguare così le casse di editori e librai. Ci sono però pure delle vite di Gesù che risultano creazioni originali senza essere infedeli all’autentica storia del Nazareno, opere intelligenti, affascinanti, ricche di pathos e di umanità. Accanto a quelle ormai classiche di Papini, Mauriac, Daniel-Rops, Shusaku Endo e alle ultime di Jacomuzzi, Parazzoli, R. Doni, una delle più riuscite è senz’altro la Vita di Cristo di L. Santucci (1918-1999) rieditata più volte e intitolata con le parole di Gesù prese dal vangelo di oggi Volete andarvene anche voi? Ecco come lo scrittore milanese ricostruisce il contesto di quell’interrogativo che fu, allo stesso tempo, una domanda amareggiata e un risoluto ultimatum senza appello da parte del Maestro “Quando, la sera d’un giorno di più cocenti smacchi e di più numerose diserzioni, Cristo domandò ai suoi compagni “Volete andarvene anche voi?”, Pietro rispose con una frase che secondo l’accento con cui fu pronunciata può suonare fervida di certezza o venata di sgomento “Signore, dove andremo noi? Tu solo hai parole di vita eterna”. Quella domanda di Cristo (...) batte a una certa ora per ogni uomo “Non vi basto? vi opprimo? vi deludo?”. E giova allora rispondere, in sincerità di parole e di passioni verso di lui e verso noi stessi”.

1. Le parole di Gesù sul “pane di vita” avevano seminato il vuoto attorno al Maestro di Nazaret. Le fiumane di folle che lo seguivano entusiaste, sembrano come prosciugate dalla delusione più amara. Ma ora, dopo la sconcertante promessa di dare addirittura la sua carne da mangiare, la mormorazione contro il rabbi galileo ha contagiato perfino “molti” discepoli, che non riescono a metabolizzare quel linguaggio duro e tanto inquietante del Maestro. “Molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui”, riferisce sbigottito l’evangelista Giovanni. Invece di andare dietro a Gesù, tanti dei primi suoi compagni fanno inversione di marcia e si defilano dal gruppo. E proprio all’interno della cerchia più vicina al Maestro si profila l’ombra sinistra del traditore, Giuda “uno dei Dodici”, annota con enfasi desolata l’evangelista.
Il momento è alto e tesissimo senza ricorrere ad espressioni-paraurti, Gesù pone l’interrogativo inatteso e scottante “Forse volete andarvene anche voi?”. L’umanissima risposta di Simon Pietro, a nome degli altri Undici, è fulminante, quanto la domanda del Maestro “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.
Questa sequenza evangelica viene identificata dagli storici come l’“equivalente giovanneo” della confessione di Pietro a Cesarea di Filippo. Come qui, anche lì Gesù provoca i suoi a schierarsi, dopo aver registrato le opinioni della gente sul suo conto “Ma voi, chi dite che io sia?”. E Pietro rispose “Tu sei il Cristo” (Mc 8,30).
Anche la 1ª lettura ci riporta un momento decisivo e altamente drammatico della storia di Israele. Il Signore aveva eletto il popolo ebraico, lo aveva liberato dalla schiavitù, lo aveva sollevato come su ali di aquila, colmandolo di doni, con benevolenza tenerissima e squisita gratuità.
Ora che questo popolo sta per prendere possesso della terra promessa, il Signore esige una decisione “Chi scegliete, YHWH o gli dèi stranieri?”. Gli dèi “al di là del fiume”, il Giordano, esigono di meno del Signore, molto di meno, sono molto più accomodanti non vietano questo e quello basta qualche agnellino in sacrificio per comprarne il favore bizzarro. La risposta quel giorno, nella storica assemblea di Sichem, fu noi scegliamo di servire il Signore! E così il popolo poté entrare nella terra promessa.

2. Anche noi siamo stati scelti dal Signore quando ci ha chiamati alla vita e poi ci ha inseriti nella sua famiglia con il battesimo, ci ha ammessi alla sua stessa mensa nell’eucaristia. A nostra volta, abbiamo rinunciato a Satana, ci siamo impegnati a non cedere alla seduzione degli idoli, per scegliere di servire fedelmente il Signore. Ma sappiamo il seguito di questa... umano-divina commedia mentre Lui rimane fedele, noi ripieghiamo facilmente verso il compromesso, cercando di servire tacitamente due padroni. E così la storia va avanti, oscillando continuamente tra i due poli, tra Dio e il nostro vitello d’oro, mescolando fifty-fifty fede e infedeltà, adorazione e superstizione, vangelo e oroscopo, devozione ai santi e adesione ai miti correnti. Il nostro rischio non è quello di diventare increduli, ma idolatri non sono idoli seducenti l’avere, il potere, l’apparire? Certo, non siamo tentati di venerare la statua della dea Venere o del Dio Marte, ma di idolatrare i valori - o presunti tali - della Bellezza fisica, del Piacere a tutti i costi, del Successo senza scrupoli, del Denaro, del Benessere, dell’Immagine, della Moda...
Oggi viviamo in un tempo in cui non possiamo più essere cristiani per abitudine, per tradizione, per convenienza o per convenzione sociale. Mai come oggi ci viene continuamente riproposta la domanda di Gesù “Volete andarvene anche voi?”. Almeno una volta all’anno la Chiesa ci convoca a rinnovare solennemente la nostra alleanza con Cristo Signore, la notte di Pasqua, e in ogni eucaristia domenicale.
Ma poi di volta in volta, in casa o sul posto di lavoro, a scuola o nel tempo libero, in banca o in ospedale, ci si presentano occasioni in cui non possiamo zoppicare da ambo i piedi, e siamo chiamati a scegliere o con Cristo o contro Cristo o per la vita o per l’aborto o per la fedeltà coniugale o per il divorzio dobbiamo optare tra l’inchiodare sulla croce il nostro io possessivo e vorace oppure crocifiggerci qualcun altro. La scelta è tanto più necessaria oggi, in un momento in cui, come cristiani, non possiamo assistere impotenti o rassegnati alla crisi culturale e sociale dei nostri giorni. Stiamo vivendo tempi in cui essere cristiani è tornato a costare, ma questo, se rende la nostra scelta più difficile e urgente, la fa risultare anche più preziosa e feconda.
Tra poco rinnoveremo la nostra professione di fede, ma prima cerchiamo di rimanere qualche istante in silenzio per fissare una domanda che faremo bene a riprendere poi con più calma da quali segni nella mia vita gli altri capiscono che “ci credo”? Quindi, al termine della recita del Credo, restiamo ancora raccolti per un’altra brevissima sosta, per dire dal più profondo del cuore, con le parole di quell’uomo del vangelo “Signore, io credo, ma tu aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,24).

Commento di mons. Francesco Lambiasi
tratto da "Il pane della Domenica. Meditazioni sui vangeli festivi"
Ave, Roma 2008



 

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