PARROCCHIA SAN GIOVANNI BATTISTA
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XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - 25 OTTOBRE 2009 23/10/2009

L’evangelista Marco che ascoltiamo quest’anno ci presenta le azioni e le parole di Gesù durante il suo viaggio a Gerusalemme. Viaggio sicuramente topografico, ma anche e soprattutto simbolico. Questa strada che Gesù percorre con entusiasmo - “Gesù li precedeva” - e dove i discepoli lo seguono con diffidenza o inquietudine - “essi erano spaventati, e coloro che seguivano erano anche timorosi” (Mc 10,32) - qui arriva al termine. Ecco il contesto della lettura sulla quale meditiamo oggi.
Al termine del cammino, oggi incontriamo un cieco. Un cieco, che, in più, è un mendicante. In lui c’è oscurità, tenebre, e assenza. E attorno a lui c’è soltanto il rigetto “Molti lo sgridavano per farlo tacere”. Gesù chiama il cieco, ascolta la sua preghiera, e la esaudisce. Anche oggi, qui, tra coloro che il Signore ha riunito, “ci sono il cieco e lo zoppo” (prima lettura) - quello che noi siamo - ed è per questo che le azioni di Gesù, che ci vengono raccontate, devono renderci più pieni di speranza.
È nel momento in cui termina il viaggio di Gesù a Gerusalemme (e dove termina il ciclo liturgico), che un mendicante cieco celebra Gesù e lo riconosce come “Figlio di Davide”, o Messia e questo mendicante riacquista la vista e “segue Gesù per la strada”. È un simbolo, un invito. Chiediamo al Signore che ci accordi la luce della fede e ci dia vigore, affinché lo seguiamo come il cieco di Gerico, fino a che non avremo raggiunto la Gerusalemme definitiva.


Vangelo

Mc 10,46-52
Rabbunì, che io veda di nuovo!

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

Parola del Signore



 



L'ANNO SACERDOLE - UN ARTICOLO DI DON SALVATORE 23/10/2009

“Sarete un popolo di sacerdoti”
In questo tempo di programmazione pastorale, che impegna nello studio delle nuove strategie da proporre alle comunità negli itinerari biblici, di preghiera e di catechesi, non può essere dimenticato il ' filo d’oro' che Benedetto XVI ci ha consegnato nell’indizione dell’Anno sacerdotale. Il Papa ha innanzitutto regalato ai sacerdoti un tempo di grazia da utilizzare per approfondire il dono e il compito affidato loro un dono che, pur così prezioso, è custodito in fragili vasi di creta. Attraverso la riscoperta del messaggio del santo Curato d’Ars nel 150° della sua morte, tutti i sacerdoti sono chiamati a un rinnovato slancio nella ricerca della santità di vita, unica testimonianza convincente per rendere presente il Mistero di Cristo che per mano dei suoi ministri vuole ancora parlare, perdonare, comunicarsi, salvando così l’uomo di oggi. È inoltre importante che in questo nuovo anno di impegno ecclesiale non solo i sacerdoti ma tutto il popolo Dio approfondisca e comprenda ancor meglio la funzione dei suoi preti, che non andranno cercati come manager del sacro o psicologi da cui farsi analizzare ma come 'mezzi' attraverso i quali passa ancora oggi l’azione salvifica di Cristo.
Il cardinale Bagnasco nella sua prolusione ai lavori del Consiglio permanente ha ricordato come l’Anno sacerdotale sia un dono per tutti e non un evento da vivere solo all’interno della Chiesa, perché «ogni uomo e ogni donna del nostro tempo, per quanto distratti o estranei alla presenza del sacerdote, ne sono in qualche modo i destinatari». Bagnasco ha incoraggiato a cogliere questa «occasione propizia per sbalzare meglio la figura del presbìtero, per rilanciarne il ruolo e la missione magari a fronte di qualche stanchezza e per stringere nuove relazioni sacerdotali».
La preghiera per le vocazioni e la sensibilizzazione al discernimento dei giovani che mostrano segni di una speciale chiamata devono essere l’impegno di ogni parrocchia e di ogni famiglia cristiana, perché il Signore mandi nuovi e santi operai alla sua messe.
Lo stesso presbìtero dovrà cogliere in questo itinerario spirituale il proprium del suo ministero, che è nel rapporto intimo, confidenziale e costante con il Maestro. Attraverso una robusta vita di preghiera dovrà essere in mezzo al popolo anzitutto maestro di vita spirituale. Benedetto XVI, incontrando i vescovi ordinati nell’ultimo anno, ha detto che «la missione di un presbìtero e, a maggior ragione, quella di un vescovo, comporta oggi una mole di lavoro che tende ad assorbirlo continuamente e totalmente. Tuttavia, l’essere a disposizione della gente non deve diminuire e offuscare la nostra disponibilità verso il Signore. Il tempo della preghiera è sempre quello meglio impegnato, perché la preghiera è l’anima dell’attività pastorale, la 'linfa' che a essa infonde forza».
Oltre al sacerdozio ministeriale, sarà importante creare itinerari di riflessione e di preghiera tesi alla riscoperta del sacerdozio comune di tutti i battezzati di cui i credenti hanno ancora una scarsissima coscienza.
L’annuncio dell’Esodo - «Voi siete un popolo sacerdotale!» - deve risuonare in ogni attività pastorale, per riappropriarci di uno degli enunciati fondamentali del Concilio Vaticano II «Per la rigenerazione e l’unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici e far conoscere i prodigi di Colui che dalle tenebre li chiamò all’ammirabile sua luce» (Lumen gentium, n. 10). È inoltre quanto mai urgente una nuova riflessione teologica sulla partecipazione del popolo di Dio alla vita della Chiesa nella tenace testimonianza da dare in un mondo in cui la menzogna, la crisi morale e il sopruso violento, rivestiti spesso di una sterile veste intellettuale, sono approdati anche nell’informazione e nella politica. La riscoperta dei singoli carismi e la coscienza di un impegno costruttivo di tutti i credenti (nessuno escluso!) dovrà portarci a rimotivare la speranza che rischia di essere fagocitata nel vortice del malcostume della volgarità.
L’Anno sacerdotale è un’occasione di grazia per tutta la Chiesa, sacerdoti e laici. Che le intuizioni del Santo Padre possano trovare nelle singole comunità l’applicazione pratica per un segno profondo da lasciare in questo mondo facendoci, ancora una volta, sale che dà sapore, luce che illumina in un tempo oscuro.

Don Salvatore Giuliano

Dal giornale “Avvenire” del 23.9.09

 



XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO 17/10/2009

Gesù reagisce vivamente di fronte alla minaccia che pesa ancora una volta sulla sua comunità a causa dell’ambizione sfrenata di avere i primi posti, di conquistare il potere. La sua lezione è molto severa, quasi solenne. Egli propone in compenso una nuova economia sociale quella di una comunità senza potere la cui sola regola è servire, fino a offrire la propria vita per i fratelli, bevendo il calice fino all’ultima goccia. E per tutti i suoi membri, perché tutti sono fratelli. All’immagine del capo che comanda si oppone quella del capo che serve. Ed ecco che i capi avranno paradossalmente un solo compito servire. Il suo prototipo è il Messia, diventato piuttosto il Figlio dell’uomo, schiavo di tutti gli schiavi, per il riscatto dei quali egli offre quello che possiede e quello che è tutto. Perché egli applica una tecnica poco impiegata per guarire la società umana, l’omeopatia la schiavitù di Gesù e la nostra guariranno giustamente tutta l’umanità dalla sua schiavitù endemica. Egli ha appena formulato il suo progetto di comunità, la sua carta “costituzionale”, alla quale tutti i partecipanti devono aderire ognuno è servitore di tutti.

Vangelo


Mc 10,35-45
Il Figlio dell’uomo è venuto per dare la propria vita in riscatto per molti.

In quel tempo, si avvicinarono a Gesù Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedèo, dicendogli «Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo». Egli disse loro «Che cosa volete che io faccia per voi?». Gli risposero «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra».
Gesù disse loro «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo, o essere battezzati nel battesimo in cui io sono battezzato?». Gli risposero «Lo possiamo». E Gesù disse loro «Il calice che io bevo, anche voi lo berrete, e nel battesimo in cui io sono battezzato anche voi sarete battezzati. Ma sedere alla mia destra o alla mia sinistra non sta a me concederlo è per coloro per i quali è stato preparato».
Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».

Parola del Signore.




 

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