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II DOMENICA DI QUARESIMA - 28 FEBBRAIO 2010. 26/02/2010

Nella Trasfigurazione, Gesù è indicato come la vera speranza dell’uomo e come l’apogeo dell’Antico Testamento. Luca parla dell’“esodo” di Gesù, che contiene allo stesso tempo morte e risurrezione.
I tre apostoli, vinti dal sonno, che rappresenta l’incapacità dell’uomo di penetrare nel Mistero, sono risvegliati da Gesù, cioè dalla grazia, e vedono la sua gloria. La nube, simbolo dell’immensità di Dio e della sua presenza, li copre tutti. I tre apostoli ascoltano le parole del Padre che definiscono il Figlio come l’eletto “Questi è il Figlio mio, l’eletto, ascoltatelo”. Non c’è altro commento. Essi reagiscono con timore e stupore. Vorrebbero attaccarsi a questo momento, evitare l’attimo seguente della discesa dalla montagna e il suo fardello di abitudine, di oscurità, di passione.
La Gloria, Mosè ed Elia, scompaiono. Non rimane “che Gesù solo”, sola verità, sola vita e sola via di salvezza nella trama quotidiana della storia umana. Questa visione non li solleverà dal peso della vita di tutti i giorni, spesso spogliata dello splendore del Tabor, e neanche li dispenserà dall’atto di fede al momento della prova, quando i vestiti bianchi e il viso trasfigurato di Gesù saranno strappati e umiliati. Ma il ricordo di questa visione li aiuterà a capire, come spiega il Prefazio della Messa di oggi, “che attraverso la passione possiamo giungere al trionfo della risurrezione”.

Vangelo

Lc 9,28-36
Mentre Gesù pregava, il suo volto cambiò d’aspetto.

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme.
Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui.
Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva.
Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva «Questi è il Figlio mio, l’eletto ascoltatelo!».
Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

 



1A DOMENICA DI QUARESIMA 20/02/2010

Vangelo Lc 4,1-13

Osa! Cerca il deserto, la solitudine.

Innanzitutto rinuncia
alla coscienza comune
poi, si vedrà.

In questa frase di Léon Chestov, filosofo russo di religione ebraica, sta, mi sembra, la sintesi dell’avventura umana di Gesù nel deserto, la pagina di Luca che meditiamo in questa prima domenica di quaresima. Si tratta di un’avventura che ognuno di noi può vivere. Possono viverla le coppie e le famiglie.
“Deserto” è una parola affascinante. Proprio com’è affascinante ogni avventura estrema. Ma andare nel deserto è difficile. Assolutamente sconsigliabile a chi non ha raggiunto una sufficiente maturità psicofisica e interiore. Di giorno il deserto sembra immobile, silenzioso, monotono addirittura. Lunghe infinite distese di sabbia, dune sempre (apparentemente) uguali, qualche tempesta di sabbia. Oppure sassi, sassi, ancora sassi, qualche altura di roccia stratificata, come quello in cui presumibilmente si sono avventurati Gesù e Giovanni il Battista. Ma di notte… di notte è popolato, è tutto un brulichio di vita. Di tanto in tanto un urlo agghiacciante, e poi escono non si sa da dove i terribili scorpioni e le micidiali vipere del deserto, piccole e sottili, capaci di incutere terrore anche all’uomo e alla donna più coraggiosi. Il deserto è un mistero. Mistero mai svelato. Se svelasse il suo mistero il deserto non sarebbe più deserto. E occorre avere un cuore coraggioso e puro per accettare il mistero. Qui, in questo deserto misterioso, Gesù si è ritirato prima di iniziare la sua missione. Vogliamo fargli assieme un po’ di compagnia?
Anche quello di Gesù è un deserto popolato. Ci sono – dirà Marco nel brano parallelo (1,12-15) – le bestie selvatiche, ci sono gli angeli. C’è soprattutto satana con le sue tentazioni che per Gesù – come del resto per ognuno di noi, per le nostre coppie e le nostre famiglie – attraversano tutta la vita quaranta giorni (l’evangelo non va mai letto in senso letterale) significano simbolicamente appunto tutta la vita. Tutta la vita di Gesù è stata segnata da terribili tentazioni. Alle quali Gesù non si è sottratto, perché Gesù era un uomo libero.

Quella del tentatore è una sfida una sfida tutto sommato realistica, ragionevole. Non metterti contro il buon senso comune. Non andare contro le aspettative della gente. Non fare l’eroe a tutti i costi. Scegli una via mediana. Sii prudente. Non dire cose che agli altri possano dispiacere. Procurati pane e companatico per te e la tua famiglia, e non lasciarti mettere “i piedi sul collo”. Non sembra di sentire parlare le mamme e i papà di tanti nostri ragazzi? Tentazioni..
La prima tentazione è quella miracolistica «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Chi di noi, potendolo, non lo farebbe? Chi di noi non sarebbe tentato di usare la potenza di Dio a proprio vantaggio? Chi, potendolo, non sarebbe tentato di servirsi del miracolo per risolvere i problemi dell’umanità, chi non sarebbe felice, insomma, di rispondere alle esigenze del sempre più diffuso messianismo popolare? Non è forse su queste attese che gli uomini politici più spregiudicati giocano per avere il consenso popolare “Io sono il migliore… il più bravo…solo io posso fare i miracoli di cui voi avete bisogno… Io li farò, questi miracoli”? «Sta scritto Non di solo pane vivrà l’uomo».
La seconda tentazione è quella del potere, del dominio imposto con la forza è la via “corrente” per far passare i propri interessi, per imporre una “giustizia” a senso unico. Terribile idolo quello del potere, che come ogni idolo crea vittime. Volere a tutti i costi imporre la propria visione del mondo, voler dominare il mondo, è idolatria. Satana lo sa bene. Dice a Gesù «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio. 7Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo». Satana si atteggia a Dio, ed è questa la tentazione più subdola che attraversa le nostre coscienze scambiare Satana con Dio. Spesso, e non appaia esagerato “evangelizzare” Satana come se fosse Dio. Non solo come singoli, non solo come coppia, ma anche come famiglia abbiamo il compito di smascherare questa idolatria che viene passata quotidianamente attraverso i media e si insinua sorniona nelle nostre esistenze. Il problema vero, oggi, non è la contrapposizione tra fede e ateismo, ma è quello di chiederci, con una seria revisione quotidiana di vita, “quale Dio? Qual è il Dio in cui credo? Non dimenticando mai che il nostro Dio non è il Dio delle soluzioni facili, del potere, del dominio, delle coperture di interessi inconfessabili, ma è un Dio crocifisso. Un Dio che, mentre noi – altra subdola tentazione di potere – discutiamo sul crocifisso da mettere o da togliere dalle pareti spoglie di una scuola o di un’aula di Tribunale, continua ad essere crocifisso nella storia, da parte di coloro che hanno accettato l’offerta satanica del potere e del dominio, nei barconi di disperati che raggiungono le nostre coste e che noi mettiamo in riserve fatiscenti nelle quali (documentato dalla televisione il 2 febbraio scorso) non hanno neppure la possibilità di “prendere una boccata d’aria”. Loro sono il Dio crocifisso. Il Dio chiuso con loro nelle attuali riedizioni dei lager. Quel Dio ci dice – dice a ognuno di noi – “non sono io il Dio di cui discutete. Io sono qui con i poveri che amo, sono il Dio appeso alla forca dei giustiziati. ”. Ma per incontrare questo Dio occorre andare nel deserto. «Sta scritto Il Signore, Dio tuo, adorerai a lui solo renderai culto».
E la Chiesa? Con quale Dio sta? Scrive Tonino Bello “ A te Chiesa non si addicono i segni del potere, ma il potere dei segni. Non tocca a te, cioè, col tuo impegno di carità, risolvere il problema della casa, della disoccupazione, della fame del terzo mondo o della ingiustizia planetaria. Tocca a te, però, condividendo la sorte degli ultimi e schierandoti con loro, porre segni di inversione di marcia ogni volta che il mondo assolutezza se stesso…”.
La terza tentazione è quella dell’utilizzo indebito di Dio. Del suo nome. Qualcuno la definisce, a ragione, la tentazione di Gerusalemme, la tentazione della Chiesa come istituzione. È molto bello, ed anche opportuno, che la Liturgia oggi ci faccia leggere quel salmo 90 citato da Satana, dopo aver invitato Gesù a buttarsi dal punto più ampio del tempio
11 Egli per te darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutte le tue vie.
12 Sulle mani essi ti porteranno,perché il tuo piede non inciampi nella pietra.
Perché anche noi – oserei dire quotidianamente – abbiamo la tentazione di usare Dio contro Dio, ad utilizzare la sua stessa parola per agire contro la sua volontà. A usare la parola di Dio per portare avanti i propri progetti, quando si immanentizza la speranza, e qui davvero, se intesa in questo modo, la religione è funesta. «È stato detto Non metterai alla prova il Signore Dio tuo».

E anche per noi, per la nostra coppia, per la nostra famiglia, provati tutti sempre più dai tragici accadimenti quotidiani, l’ultima prova – quella a cui il tentatore ci sottoporrà, come per Gesù, al momento opportuno sarà quella di fidarsi di Dio (non necessariamente della Chiesa, del Papa, dei Vescovi, ma di Dio…). Fidarsi di Dio anche nel deserto della nostra fede, anche nella notte, irta di pericoli, e nella morte. Questa è la prova suprema della fede. Saremo mpronti ad accoglierla solo dopo aver attraversato il deserto.
Entrare nel deserto significa entrare nella nostra interiorità e accogliere, senza rimuoverle e senza scegliere la via più facile, ma vedendoci con umiltà e verità, le mille tentazioni che ci attanagliano. Siamo disposti a fare questo viaggio?
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VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO ANNO C - 14 FEBBRAIO 2010 12/02/2010

Lc 6,17.20-26

Nelle Sante Scritture leggiamo sovente delle affermazioni che proclamano la felicità, la beatitudine riservata al credente che vive determinate situazioni e assume comportamenti precisi. È detto beato «chi trova gioia nell’insegnamento del Signore e lo medita giorno e notte» (Sal 1,5) è «beato chi discerne il povero» (Sal 41,2 cf. Pr 14,21) è «beato il popolo che ha come Dio il Signore» (Sal 33,12)… Vi sono però anche dei «guai», cioè degli avvertimenti, delle messe in guardia, dei forti richiami, soprattutto nei libri profetici «Guai a chi costruisce la casa senza giustizia» (Ger 22,13) «Guai al popolo peccatore» (Is 1,4)…
Anche Gesù, in continuità con i profeti, ha proclamato alcune beatitudini e ha annunciato dei guai severi. Nella sua predicazione che è sempre invito alla conversione, al cambiamento di mentalità e di vita, in vista del regno di Dio che in lui si è fatto vicinissimo (cf. Mc 1,15), Gesù ha pronunciato più volte parole riguardanti la povertà e la ricchezza, la fame e la sazietà, il pianto e il riso, l’ostilità e l’applauso corale. Se è vero che non conosciamo con esattezza quale sia stata la forma delle beatitudini sulla bocca di Gesù, ne abbiamo però due testimonianze fedeli nei vangeli secondo Matteo e secondo Luca. Avviene così che uno stesso messaggio ci è pervenuto in due forme le parole di apertura del «discorso della montagna» in Matteo (cf. Mt 5,1-12) e quelle con cui inizia il discorso in un luogo pianeggiante, ossia il brano lucano su cui oggi meditiamo.
Perché due forme diverse delle parole di Gesù? Perché gli evangelisti nel trascrivere queste parole pensavano alle loro comunità cristiane, in cui esse sarebbero state predicate. Ecco perché Matteo, che conosce la sua chiesa come chiesa di poveri, attualizza le parole di Gesù proclamando beati quelli che sono «poveri in spirito» (Mt 5,3), cioè poveri anche nel cuore Luca invece, nella cui comunità vi sono molti che continuano ad essere ricchi, guarda ai discepoli poveri e a loro indirizza le beatitudini «Beati voi discepoli che siete poveri beati voi che siete affamati beati voi che piangete beati voi che siete osteggiati dal mondo. Al contrario, guai a voi che siete ricchi e sazi, a voi che ridete e che tutti applaudono state attenti!».
Sono parole taglienti come una spada (cf. Eb 4,12 Ap 1,16), rivolte al «voi» dell’assemblea cristiana riunita e in ascolto, e, come tali, capaci di provocare un salutare discernimento in ciascuno di noi. Chi si trova in una condizione di povertà e di pianto sente rivolta a sé la promessa di un capovolgimento della sua situazione chi si riconosce ricco o sazio deve sapere con chiarezza che pende su di lui un guai, un avvertimento accorato oggi, che domani potrebbe essere maledizione! Certamente questo messaggio è scandaloso, è agli antipodi del sentire mondano, del pensiero della maggioranza anzi, è letteralmente incredibile, non-credibile… Se però poniamo a capo di quella folla di credenti, di quel «voi», lo stesso Gesù, il Povero, il Piangente, il Perseguitato, allora comprenderemo anche la possibilità della beatitudine colui che ha vissuto in pienezza le beatitudini è Gesù Cristo, e a noi è chiesto semplicemente di seguire la via da lui tracciata.
Ripensando alla vita di Gesù, possiamo dunque domandarci con franchezza chi è beato, felice? Il ricco che giorno dopo giorno vede aumentare la sua solitudine e il suo amore di se stesso, o il povero che nella sua indigenza forse deve aprire la mano per implorare un’elemosina, ma in quel gesto esprime il suo bisogno dell’altro, e così apre vie di condivisione e di comunione? È beato chi è sazio e non cerca né attende più nulla, o chi è sempre alla ricerca di giustizia umana e in attesa di un intervento di Dio? È felice chi nella sua follia ride, o chi piange sapendo di avere una ragione per cui spendere la vita a caro prezzo, fino a donarla per gli altri, fino a morire?
Sì, le beatitudini devono risuonare così come sono, senza essere attutite o smorzate. Esponendoci al loro annuncio nell’assemblea domenicale, noi dobbiamo percepire in queste parole la spada che divide ricchi, sazi e gaudenti da coloro che sono poveri, affamati, piangenti. Fino a chiederci e noi dove stiamo?

 

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